sabato 26 dicembre 2015

Mario Calzolaro legge Prévert


Josh Groban sings live Oceano on BBC



Miguel Hernandez




Miguel Hernández



Corpo di chiarità che nulla appanna.

Tutto è materia di acceso cristallo,

attraverso quel sole che ti segue,

che da dentro ti spinge sempre avanti.

Carne di arroventata limpidezza,

osso più trasparente se più fondo,

pelle al mare del fuoco indirizzata,

sangue fin dal profondo risplendente.

Corpo diurno, giorno sovrumano,

frutto dell'accecante accoppiamento,

di un albeggiare dorato d'estate

e con il firmamento più infiammato.

Ignea ascensione cruenta dei monti,

acqua solida e lesta verso il giorno,

diafano braccio pieno d'orizzonti,

fecondo coronamento di gioia.

Corpo come un solstizio d'archi pieni,

cupola piena e pieno fiammeggiare.

Tutti i corpi rifulgono più bruni

sotto lo zenit di tutti i tuoi sguardi.

Corpo di polline intenso e dorato,

flessibile e chiassoso, tuo e mio.

M'hai lasciato in lutto al cader della notte,

dell'amore, della più oscura chioma.

Illumina l'abisso ove dimoro

per la consumazione delle spume.

Fonditi con le ombre che conservo

fino a che la trasparenza ti consumi.

 

(Traduzione di Dario Puccini)

da "Ultime poesie", 1939 - 1941

Ghiannis Ritsos


Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo

mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai.

Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita

camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,

gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani

sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante

i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così ? dicevi;

ricordarmi così, coi piedi sporchi; coi capelli

che mi coprono gli occhi ? perché così ti vedo più profondamente. Dunque,

come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così

sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.


Ghiannis Ritsos

venerdì 25 dicembre 2015

Natale di Alessia


Natale di Alessia


A imbiancare l'anima
polita neve per ragazza
Alessia nel della partenza
il mattino. Ricorda il sogno.
Se lo dici porta sfortuna,
le ha detto il gabbiano
al quale ha salvato la vita
(va a trovarla tutti i giorni
sul terrazzo).
Allegria natalizia, apre
di Giovanni del dono
il pacchetto, uno slip rosso.
Sarai felice, amica mia,
dice il gabbiano, quello
te lo sposi!!!

Raffaele Piazza

sabato 19 dicembre 2015

Germano Mandrillo, Sesto giorno da "Viaggio nel vaso di Pandora"


Emeli Sandé - Heaven (Live at the Royal Albert Hall)


Pensieri - di Giordano Genghini




Pensieri

di Giordano Genghini





Il dolore è innanzitutto una chiamata al cambiamento. Se a volte le nostre lotte per il cambiamento conoscono sconfitte è perché le nostre risposte sono errate (e forse anche perché, in qualche caso, quel cambiamento non è ancora maturo in quel tempo. Dalle sofferenze del pesce costretto nelle secche milioni di anni fa deriva l'anfibio polmonato, ma non ogni pesce in secca diventa un anfibio polmonato).

A volte il cambiamento va pilotato coscientemente, a volte basta assecondare quella forza che "nutre i corvi" e "veste i gigli" senza che essi si preoccupino di ciò. Il cambiamento può avvenire da sé, se non lo ostacoliamo, come nella guarigione da una influenza, quando l'azione di risanamento del sistema immunitario deve essere soltanto assecondata e il nostro unico compito è di non crearle ostacoli.

Molti importanti cambiamenti sono nati e nascono dalla spinta del dolore. Il dolore per la consapevolezza della morte ha condotto gli antenati dell'uomo a scoprire la vita eterna, Dio e, spesso, questa vicenda si ripete nell'esistenza degli individui.

Vi è però anche un "dolore inutile": la sofferenza che deriva da una situazione del passato superata ma che ancora ci viene segnalata nel presente come se fosse operante (così una persona che ha subito un dolore in una data situazione, soffre ogni volta che una situazione analoga, benché innocua, si ripresenta). In tal caso è sì bene eliminare senz'altro il dolore (ed abbiamo nella nostra mente le risorse per farlo, poiché la mente è il pilota del cervello e del corpo).

In queste circostanze il dolore ha la funzione di segnalarci l'esigenza di un cambiamento del rapporto fra la nostra esperienza passata e quella presente.

 
GIORDANO GENGHINI (da: "Xeropensieri" – 1995)



 

Da IO E DIO




Mi alzo con la mente in un punto al di sopra del pianeta e lo guardo dall'alto, come se fosse la prima volta, come quando vedo un film e mi chiedo qual è il suo messaggio. Qual è il messaggio della vita degli uomini sulla terra? Con la mente là in alto, libera dai consueti schemi mentali, nuda di fronte al mistero dell’essere, in questo momento, immagine di ogni altro momento della storia, guardo gli uomini miei simili alle prese con il mistero dell’esistenza.

Vedo esseri umani che nascono ed esseri umani che muoiono, sottoposti come ogni altra forma di vita al ciclo del divenire; vedo due ragazzi che si baciano e si sentono immortali, e un vecchio solo che nessuno più vuole e nessuno più sa; vedo una donna che mi ha scritto dicendomi che soffre da ormai troppi anni per una paralisi sempre più devastante e che ora vuole solo morire al più presto, e vedo altri esseri umani nutriti artificialmente e che respirano artificialmente ma che per questo non hanno perso la voglia di vivere e di continuare a esserci. Vedo uomini che si affrettano come

formiche sui marciapiedi delle metropoli, e altri che se ne stanno da soli in luoghi deserti. Vedo commerci sessuali di ogni tipo, per amore, per denaro, per cattiveria, per noia o per il solo naturalissimo desiderio del piacere. Vedo bambini che si ingozzano di cibo artificiale e altri che muoiono di fame. Vedo una tavola apparecchiata con grazia, la tovaglia fresca di bucato, le posate al loro posto, i bicchieri dell’acqua e del vino, i tovaglioli candidi, e una donna che gioisce di poter servire il pranzo ai suoi cari. Vedo una ragazza che suona Bach al violoncello e giovani che si riversano nelle orecchie suoni che non è possibile definire musica, perché non hanno nulla a che fare con le Muse. Vedo lotte per il potere, dittatori assassini, terroristi altrettanto assassini, e vedo chi si batte e muore per la giustizia, martire della libertà. Vedo campi di concentramento e campi di sterminio, lager, gulag, laogai, dove esseri umani sono privati di ogni dignità e sterminati con la stessa meticolosa attenzione e sovrana noncuranza con cui si eliminano i pidocchi dai capelli, e vedo ospedali e case di cura dove esseri umani sono colmati di ogni dignità e lavati, nutriti, accarezzati con la stessa meticolosa attenzione e l’affetto più delicato che si riservano ai figli. Vedo riti millenari e liturgie arcane, accanto a bestemmie rabbiose e ad altre dette così, come si dice «va là». Vedo indegni approfittatori del nome di Dio, altri che ne sono un luminoso riflesso, alcuni che rimangono del tutto indifferenti. Vedo il bene e il male che gli uomini e le donne sono capaci di generare e che spesso è quasi impossibile distinguere; vedo lo scorrere del tempo che corrode ogni cosa, e il prodigio di opere umane capaci persino di vincere il tempo. Vedo una storia senza senso che si nutre del sangue di esseri umani e di animali, e vedo un progresso indubitabile in termini di benessere e di giustizia. Vedo la bellezza e la deformità, vedo una natura che è madre e a volte è matrigna, un cielo stellato che attrae e insieme impaurisce, con il suo freddo infinito.

Vedo tutto questo, e molte altre grazie e molte altre deformità, e mi chiedo se c’è un senso unitario di questo teatro, e qual è. Questa vita, dentro cui siamo capitati nascendo senza sapere perché, ha mille ragioni per essere una grazia, e mille altre per essere una disgrazia: ma cosa è vero? Che è una grazia, o una disgrazia?

E poi vedo i miei morti. Ognuno ha i suoi morti. Nonni, genitori, amici, fratelli. Vi sono esseri umani a cui è dato di vivere la morte di un figlio, e non esiste dolore più grande. E al cospetto dei morti, di fronte ai quali non si può mentire, pongo la questione della verità: è un bene o un male che essi ci siano stati, che siano vissuti, che siano apparsi in questo mondo? Se alla fine comunque si deve morire, è meglio nascere o non nascere, essere stati o non essere mai stati, essere o non essere? E poi mi chiedo che fine hanno fatto, loro, proprio loro, ognuno diverso dall’altro, irripetibile, con la sua voce, il suo sorriso, la luce singolare degli occhi. Li potrei descrivere tutti, uno a uno, i miei morti, come ognuno potrebbe descrivere i suoi, perché sono dentro di noi e niente mai ci separerà da loro. Ma che cos’è vero, alla fine, per me e per loro, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove?

Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio.



Vito Mancuso

Da Io e Dio. Una guida dei perplessi

venerdì 18 dicembre 2015

Alessia e l'altalena rossa


Alessia e l'altalena rossa


Sera di albereto a entrare
negli occhi di Alessia
(la stella, l'albero la città).
L'altalena rossa nel segreto
giardino fa aleggiare dell'
infanzia provenienza il senso
non dimenticato. Alessia
è felice e va sull'altalena
per gioco della vita e tende
alla notte dell'amore, a
Giovanni che aspetta tra
mezz'ora. (Speriamo che
venga, pensa Alessia e l'esame
stamattina è andato bene).

Raffaele Piazza

sabato 12 dicembre 2015

Roberto Vecchioni:*Wislawa Szymborska*


BLUE SKIES LUCIANO BONFIGLIOLI 16/12/1949



L'infanzia invisibile




 

Ménontin è un quartiere povero della periferia di Cotonou, la capitale amministrativa del Bénin. Proprio a Ménontin incontriamo presto la mattina la piccola Chantal di appena 9 anni. La sua faticosa giornata si svolge sotto il sole cocente di Cotonou, una bacinella sulla testa piena di oggetti di tutti i tipi (saponette, spazzolini, biscotti e sacchetti d'acqua); un negozietto ambulante con il quale Chantal con un gruppo di amichette percorre in lungo e in largo la città, dalla mattina fino al calar del sole, in cerca di pochi franchi da portare a casa la sera. Il padre di Chantal, un operaio della società locale di energia elettrica, è stato licenziato nel 1995.

Sesta di una famiglia di dieci figli, Chantal fa parte di quell'esercito di bambini che popolano i mercati, i marciapiedi, gli ingressi dei negozi e degli alberghi di tutte le metropoli africane. Puliscono scarpe; offrono orologi, vestiti, prodotti di uso comune, frutto dell'intenso contrabbando con la vicina Nigeria, sfruttando la differenza di valore tra il naira (divisa nigeriana) e la moneta locale.

Questi bambini che non sanno cosa sia un'aula di scuola e sono anche il frutto della disfatta economica e sociale del Bénin.

I prezzi del cotone sono precipitati e la disperazione spinge questi contadini a vendere i loro bambini a trafficanti senza scrupoli per pochi spiccioli. Fame, miseria, indebitamento avvolgono loro e i loro bambini spingendoli a soluzioni estreme come l'affidamento di questi figli, anche giovanissimi, ai ricchi coltivatori di cacao e di caffè della Costa d'Avorio, del Ghana o di altri paesi del Golfo di Guinea, dietro esiguo compenso o promesse illusorie di folgoranti carriere in città.
[da "L'infanzia invisibile" -aprile 2007]



http://www.casasacrocuore.org/

 
 

Massime 2


La foglia caduta si agita e vola via col vento.

Non diversamente io vorrei volare, andarmene,

partire per non più tornare [...]

Gustave Flaubert

*

Distacco

farsi fragile foglia

appoggiata ad una spalliera di vento

f. s.

 
*
 

la morte è un ciglio

sulla palpebra della luce

Mariella Mehr

* 

Viaggiare, perdere paesi,

essere altro costantemente

perché l'anima non abbia radici.

F. Pessoa

domenica 6 dicembre 2015

Alessia e dicembre 2015


Alessia e dicembre 2015


Anelito al freddo, 
(è in ritardo a Napoli)
Alessia vestita di sole, nel
jeans sdrucito e la
maglietta rosa confetto
per inaugurare un'aurora:
ragazza Alessia oltre
benedizioni ad ogni passo.
(speriamo che Giovanni
non mi lasci).
Marea di sogno prima
della bellezza di uno
sbocciare di corolla e
schiudere le labbra
senza parlare. Pensare:
ti amo alla finestra.
Fiori del bene nelle mani
di Alessia, azzurri e rosa:
vengono dalle spighe
assenti nel sogno
dell'estate a proteggere
la segreta verità.

Raffaele Piazza

sabato 5 dicembre 2015

Vinicio Capossela legge Beatrice Niccolai (Sull'ultima riga di un foglio...


Stay


Massime




"L'aspetto individuale, ciò che ci rende riconoscibili, in verità è un fatto puerile. Al di sotto, tutto è buio, deformato, insondabilmente profondo; ogni tanto riaffioriamo in superficie, e così veniamo riconosciuti."

Virginia Woolf

*


"Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, ed ogni giorno più definitivamente."

Rainer Maria Rilke

*


Le date valgono per far rivolare le farfalle morte, non come spilli che dicano «mai più volerà».

Guido Ceronetti

Da Tra pensieri, Adelphi, Milano 1994

*


« Tutto passa, ma tutto rimane. Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo. »

(Pavel Aleksandrovic Florenskij, Non dimenticatemi)

*

 

 

 

Garcia Lorca


Il vento calava rosso

dalla collina incendiata

e diventava verde, verde

lungo il fiume.

Poi diventerà violetto,

giallo e...

sarà sui seminati

un arcobaleno teso.

(F. G. Lorca)

Fernando Pessoa


Non basta aprire la finestra

per vedere i campi e il fiume.

Non basta non essere cieco

per vedere i fiori e gli alberi.

Occorre anche non avere nessuna filosofia.

Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono solo idee,

C’è solo ognuno di noi, come un sottoscala.

C’è solo una finestra chiusa, e dall’altra parte il mondo;

E c’è un sogno che si vedrebbe, aprendo la finestra,

Che non è mai ciò che vediamo, quando alla fine si apre la finestra.

F. Pessoa

sabato 28 novembre 2015

Jackie DeShannon - Put A Little Love in Your Heart


Valentina Montanari legge un brano tratto dal libro, Gli ultimi tre gior...


Ai confini del tempo - Il mondo

 
 
AL CONFINE DEL TEMPO
di Giordano Genghini
Il tempo e lo spazio: o, meglio, lo spaziotempo. Una radice della indefinibilità dell'uomo e dell'individuo. Poiché ogni nostro valore e punto apparentemente fermo nella geometria razionale posa su una scommessa inerente lo spaziotempo. Le ipotesi scientifiche ci parlano di età cosmiche di miliardi d'anni che precedono la nostra comparsa (improbabilissima, sia per la specie che per l'individuo umano), e di miliardi d'anni che la seguiranno: e potrebbe trattarsi solamente d'un attimo, di una diastole/sistole, d'un battito di cuore in un corpo vivente di sovracosmo Altro. Poiché nulla ci consente di escludere, riguardo a ciò che consideriamo cosmo, che non si tratti di una singola cellula d'un organismo complesso: e così nella sequenza, aperta in entrambe le direzioni, come i numeri, all'infinito, l'homo sapiens è forse tappa parziale d'un ignoto cammino, che perfino il 'buon senso' suggerisce in corso anche altrove: nello sterminato cosmo, nell'Altro che si nasconde al di là della limitata sfera soggetta ai nostri organi di senso (cinque, non cinquanta, o cinquecento) ed ai loro prolungamenti, l'Altro sciolto (ab-solutus) dal recinto spaziotemporale che è il nostro carcere, ma al tempo stesso la scacchiera dell'esistenza - si può ex/sistere solo nello spaziotempo - l'Altro che dall'homo sapiens può essere, nell'avvicinamento massimo consentito, intuito come il protozoo, dal suo cosmo/pozzanghera, poteva intuire l'uomo e le ragioni dell'operare umano, come il bruco può intuire, nel proprio imbozzolarsi in crisalide, un'altra imminente dimensione della vita.
Ma intorno a ciò è dato fantasticare, immaginare, creare tornire parole, sperimentando quali mutamenti della id/entità e dell'essere corrispondano al mutamento ed alla creazione del linguaggio e dell'ordito testuale: cosicché non è dato un pianeta ed una sua storia, ma il pianeta e la sua storia scritta dai grandi rettili in estinzione ed un pianeta e la sua storia scritta dai mammiferi incamminati verso il futuro - essi pure soggetti alla spada di Damocle del tempo.
Innumerevoli dunque sono le storie e le cosmogonie e mitologie, altrettanti quanti i centri di coscienza separati attraverso i quali il Tutto ri/flette: ogni cosa "esiste molte volte,infinite volte" (Borges, La casa di Asterione).
Credo che il primo campo di battaglia della letteratura sia collegato in questa pianura che si perde in direzione dei confini spaziotemporali, del limite umano. E' il terreno che già fu degli antichi miti e cosmogonie, delle opere sacre, della scrittura visionaria, della parola orfica che si dissolve in musica e colore, dell'oceano che si apre al di là delle colonne d'Ercole della mente. Certo, anche la storia ed il presente chiamano gli scrittori all'opera: ma i ghibellini ed i guelfi d'ogni colore tramontano mentre i segni tracciati da Dante sono in/terminabili. D'altronde, nella civiltà delle comunicazioni audiovisive, dello spettacolo e del giornalismo, la letteratura, in tale ambito, è goccia nel mare: ciò che invece le è proprio ed irripetibile è il rinnovare il tentativo di sottrarre Euridice all'Ade del tempo, il sogno di circumnavigare l'anima, l'inquietudine che sempre sospinge al viaggio. Viaggio che può condurre a perdersi, ad incontrare il proprio sé od il proprio doppio, a naufragare o ad ascendere ad antichi o nuovi dèi, ad antica o nuova fede ('bheid': l'affidarsi ad un Tu benigno). Come uomini, i poeti debbono cercare di ancorarsi allo spaziotempo: come poeti, gli uomini se ne distaccano per esplorare l'ignoto, divengono "cosmonauti della psiche" (Alex Trocchi). Gli esploratori, si sa, non sono molti. Il mestiere, se esercitato al di fuori delle piste già contrassegnate, è pericoloso. Eppure vi è sempre chi viene sospinto, per quanta resistenza faccia, lungo tali percorsi: benché non promettano lucro, né ricompense.
Anche di questo aspetto della condizione umana vi è di che scrivere. Gli antichi costruirono splendidi poemi aventi per protagonisti non gli uomini ma ciò che oggi suona grottesco nominare, per i guasti che l'abuso ed il cattivo uso hanno recato alla parola: il Fato. Oggi, forse al termine di un ciclo millenario delle vicende umane, chi scrive è chiamato a scavare dalla nicchia dello spaziotempo un nuovo protagonista.
* * * 
VALERIANA MASPERO
 
Il mondo
Sicuramente il mondo non è come ci appare nelle sue immagini, anzi, come appare nelle nostre immagini. Gli input sensoriali creano nella nostra interiorità un mondo che corrisponde – la scienza non sa in che modo - a quello che ci fanno supporre esista in una esteriorità. Viene suggerito esteriore perché la mente ricostruisce come diverse dalle sue rappresentazioni interne quelle provenienti dagli input sensoriali. Proietta fuori le immagini di ciò che si crea nel suo misterioso interno. E’ questo curioso processo a suggerire all’ingenua coscienza individuale l’illusione - l’immagine - che esistano contemporaneamente due mondi distinti e distanti. Ciò che ci appare come immagine e ciò che esiste come suo substrato oggettivo (supposto come immagine non vista).
 
Immagina come potrebbe essere il mondo esterno - quello degli input - non visto da occhio umano, ma nemmeno animale e neanche alieno.
Il nulla.
Questo gioco ti dimostrerebbe già che l’immagine inerisce a noi e non alla realtà, e che quindi il mondo non esiste di per sé come immagine. Ammetti che esso è oggettivamente invisibile.
Ne consegue dunque che proiettiamo un fuori del quale non possediamo prove esterne alla sensorialità umana nonché a quella delle macchine ottiche (queste, costruite per potenziare la vista umana, risultano perfettamente commensurabili al nostro sistema percettivo e darebbero gli stessi risultati). Ammetti dunque che non ha un senso scientificamente valido parlare di un mondo esterno. Il sistema centrale elabora e proietta i colori che costituiscono le immagini, i quali risultano essere percepiti in modo leggermente diversi - per intensità, saturazione e in certi casi presenza effettiva - da ogni occhio e da ogni cervello individuali.
Il supposto mondo esterno non è assolutamente colorato e, poiché non possiamo negare che i grigi siano dei colori, non è nemmeno in bianco e nero.
La sua tridimensionalità è aleatoria, perché basta chiudere uno dei nostri due occhi per vederla scomparire di colpo. Il mondo non possiede la profondità spaziale che siamo abituati ad attribuirgli come oggettività.
D’altra parte proiettiamo anche la forma e l’estensione degli oggetti: essi le mutano continuamente a seconda del nostro angolo visuale (ingenerando non infrequentemente equivoci e illusioni).
I suoni si rivelano come le apparenze più inconsistenti di tutte: sono tracce alquanto effimere lasciate da micro-fenomeni prodotti in conduttori elastici e rilevabili solo mediante particolari antenne di cui solo pochi esseri sono dotati. Il mondo è sicuramente muto e silenzioso (una valanga non fa rumore, produce soltanto una vibrazione ondulatoria nell’aria circonvicina).
La simbologia geometricoide della fisica cerca da secoli di visualizzare il mondo esterno, dall’atomo alle stringhe. Oltre le forme macroscopiche delle cose, i colori, i suoni, le luminosità, i profumi e le loro consistenze tattili – cose rivelatesi apparenze già ai filosofi – l’atomismo ha immaginato una nebulosa, un’immensa massa fluttuante, eterogenea e trasparente, ora densa ora più rara, composta da innumeri particelle di vario e poco spessore, massa e dimensione, in preda a movimenti e correnti poco compresi, a comparse e scomparse istantanee e capricciose. Nascono e si annichilano ininterrottamente, trasmutandosi le une nelle altre come nelle fantasie degli antichi alchimisti, e solo le loro tracce persistono qualche microsecondo, pulsando a velocissimi ritmi, attratte o respinte da combinazioni di forze invisibili e incontrollabili, nello scenario del vuoto generatore che le agita, scagliandole a velocità parossistiche nei suoi interni, attorcigliati sentieri obbligati – altre dimensioni spaziali - in cui superata una soglia diventano il proprio opposto, esse stesse generatrici di vuoto, ognuna con una sua probabile esistenza, una velocità e una altrettanto solo probabile posizione, effetti di una causa che forse sta nel passato remoto, o forse nel futuro.
 
Ipotizzando per assurdo di non possedere il nostro sistema percettivo e proiettivo, il mondo per noi sarebbe un immenso qualcosa di invisibile, impercettibile, muto, silenzioso, buio, insapore, inodore, inconsistente e indeterminato. Quando nessuno lo pensa, c’è da giurarlo, il mondo sparisce. Come immagine, s’intende. O no?
[da Facebook]

mercoledì 25 novembre 2015

Alessia e il maestro


Alessia e il maestro


Esce dall'albereto Alessia,
anima di vetro.
In fusione con la sera
ragazza Alessia.
Il sentiero è verdesplendente
nello scorgere una figura
(capelli e barba bianchi).
E' il maestro.
Lui dice ad Alessia:
ti conosco!!! recita questa
preghiera e Giovanni
non ti lascerà.
Da' ad Alessia un libro
e un Rosario.
Trasale Alessia, mani
tremanti nel prendere
il dono azzurrocielo.
Stesa nell'erba Alessia
prega.

Raffaele Piazza

sabato 21 novembre 2015

Fernando Pessoa - Nuvole...


"Hail Redeemer, King Divine" - Frank Patterson - Faith of our Fathers



Giordano Genghini da Ritorni




GIORDANO GENGHINI

Da "RITORNI"

.

14.

Vedi? l’angelo ride soavemente

invisibile, in volo, fra ombre lente

e decori, e fra sparsi

fragili intarsi di colori e verde

il suo riso si svela e si disperde

nel viso tenue, oltre galassie di anni

e cieli, e sola è l’isola, nel solo

luogo vero presente, ora: il tuo volto

nel mare della mente. E ancora, piano

piano, la mano mi conduce: ancora

salvo, nell’aria candida, oltre il vento

strano d’oro celeste

seguo la veste di seta e di argento

e la porta che si apre nella luce

mùsica della voce: e nel respiro

calmo, ti sento.



*

 

23.

Il gigante seduto: nella sera

stormi di luci fra le guglie grigie

della stanza, e silenzi

dentro l’ombra, nascosti,

e sguardi e suoni e falsi cerchi d’oro

tra siepi di velluto. Like a bird

on the wire… Tace, ascolta, è fermo, è solo

il gigante, di spalle: oltre le bigie

nubi, intricate tracce di rumore

in frante risonanze.

E dischiude una mano il lento volo

oltre le tende e il tempo, a oggetti e spazi

confusi da pareti. E in lontananza

controluce, il gigante

visto di spalle, è solo, è vecchio. Obliqui

nella curva penombra, oltre lo specchio,

segni: immagini, forse, di un istante

presente, che non muta, o forse nera

nebbia distante.

*

 

28.

Voglio restare accanto a te. Non voglio

perdermi in urto giallo

ai margini del cielo di cristallo

spezzato. Voglio toccarti le mani

e la voce, ed il volto, ora, domani:

e azzurro prato di tessuto fine

copre la vita mentre andiamo, insieme,

fra grida di battaglie sul confine.

Sarà forse domani. Dalla sera

si schiude un’altra notte: ora riposa

lo stormo inquieto di forme e di mani

che irrompono nel volto, cancellando

i ricami dell’alito e le orme

della luce. Mi resti accanto, e ascolto

le lucciole del cielo, le alte stelle

e le bianche acque calme, e ascolto il vento

ma è terra il corpo e trema, argilla nuda:

è cava tartaruga il tempo, e dorme

fra rondini di carta nostro figlio.

Mancano mille anni al nuovo giorno

e un miliardo di secoli al ritorno

dall’esilio.

*

 

38.

INCONTRO

Incontro. Passi di vento e di seta

presso la fonte, oltre la voce stanca

nella luce decisa, oltre la riva

di neve bianca: sosta, assente gesto.

E lui sa che sei qui: fragile, chiara

come l’acqua del monte

nell’erba breve ti attende, non visto.

Presto verrà, nella deserta fonte

fra i sassi ed il roveto:

sento il sussurro dei passi, segreto.

La sua gioia è la mia: voi siete insieme

fra passeri di cielo ed arpe calme

d’acqua viva. Non hai ali, ma voli

con lui, e la tua anima è leggera

ed è stupita, nella sera verde

svanita, che primavera disperde.

Siete scomparsi, oltre i sassi e la chiara

ombra dei passi, passando le porte

che un soffio d’oro ora chiude. La morte

con il suo flauto chiama la lucente

notte del niente. E di voi resta un vento

assopito, di immagini: presente

nella pianura d’erbe della mente.

martedì 17 novembre 2015

Alessia mette le ali (3)


Alessia mette le ali (3)


Sera fredda, di luna platinospecchio
a entrare in Alessia lucore
fino all'anima di ragazza a iridarla.
Il Parco da percorrere è un pensiero
(gioca a sperdersi Alessia).
E mette le ali per la nuova stagione,
gennaio del nevaio è alle porte.
Stasera fa l'amore Alessia sotto le
stelle a infiorare l'inchiostro
ora con mano affilata di diario
una pagina scrive.

Raffaele Piazza

domenica 15 novembre 2015

The Robins Cherry Lips Whippet 200 A


Il tempo di non esserci mai stato


FRANCESCO MAROTTA




FRANCESCO MAROTTA

Da Il Verbo dei Silenzi, Edizioni del Leone, 1991

.

TRA PUPILLA E LINGUA

Il giorno trascorre negli occhi

le sue ore in fiamme.

Muto groviglio in maschere di carne.

Rito che polvere d'incendio solidifica

dove ferita a sangue la parola cede.

Non si fa memoria.

*

Erosa da infinità di fuoco

la pietra che canto.

Soglia dove si addensa un grido.

Alfabeti franati l'alba raccoglie

nei suoi silenzi di luce.

Segni di febbre

sull'unico specchio scampato

all'incendio del buio.

La memoria talvolta si illumina

di queste fragili voci

gemmate da un vagare di sabbia.

*

Parole di sale

sulla pietra silenziosa dei giorni.

Un canto che muove la risacca

tra onde seminate di spume.

Tra chiarori incerti.

Qui dove un verso

è quanto del tempo vive

all'insaputa del buio

(un fiore di albe bruciate

plasmato nella creta di echi

assenti)

inventare lumi di condanna.

La fiamma è voce in cerca di dimora.

Oscuro accento che curva le mappe

di rotte indecifrabili.

*

Colori di sillabe

incrinate da risacche di vento.

Anche il mare si nutre di fioriture assenti.

Ritorna al luogo d'origine

l'onda che sussurra

pietrificata nell'eco

come fiamma di voli ormai spenti.

La parola è aria indurita nei fondali.

*

Schegge di vita

nei libri bruciati.

Spargo semi di cenere al suolo

per avere occhi che sentono.

Labbra che vedono.

A ombre appena calate

ritirerò le mani dal fuoco.

*

Febbre sottile della metamorfosi.

Accesa sul confine

che tra pupilla e lingua

ricorda l'età corrosa

ramificata in circoli di fiamma.

Il lampo è sorgente di ferita.

Parola che si oscura

se nominando il mondo

alle cose rivelate

ha già bruciato il volto più segreto.

*

Il tempo dove dimorano grida

è costellato di luci

assediate di silenzio.

In quel grumo di lampi tormentati

di stelle erranti per orbite ignote

costringi gli occhi

a colmare l'aria usurpata

affinché si spandano

a predare di immagini

la bianca superficie della morte.

.

NELLA LUCE ASSENTE

Ad ogni alba il giorno

tira a sorte la strada

dove trascinerà il suo canto.

Ogni altro sentiero è fonte inespressa.

La morte vi attinge le sue sabbie.

Madre del dono silenzioso della sete.

*

Mutati in memorie d'alberi

(anche l'ultima luce dirada

in arabeschi d'ombra

sui nostri volti spariti al giorno)

dimoriamo un tempo che agita

cadenze di ferita

florescenze di voci

appassite sul confine della sera.

Qui le stagioni avvampano

in pozzanghere di torba

come lingue sabbiose senza futuro

e a nulla serve chiamarle ancora

con nomi smessi di pollini o maree

fingere cronache di equinozio

in voli disegnati dalla cenere.

Sono già pietre e arsura.

Nessuna immagine mette più radici

in terre di occhi disabitati.

*

Laguna di foglie

sbrinate per annegare negli occhi.

Luce che si scuote

nel vetro franto di specchi senza volto.

E' primavera anche questa

prateria di cemento

che strappa un grido alla gemma rinata

e accende le strade

all'aroma innaturale dell'attesa.

Un deserto profumato

schiarito per la liturgia del vuoto.

*

Liberata dal gelo delle nostre mani

la terra fiorisce in un rovo

lacrime mutate in sillabe di spuma

echi di un mondo intravisto

con pupille di radici.

I suoi occhi navigano profili d'acqua.

Sorpresi come gabbiani

al rompere dell'alba.

*

Alberi d'asfalto

assorti in un migrare di canali.

Costeggiano luci di pietra.

Dimore votate alla sabbia

dove gli uccelli si ammassano

in presagi d'acqua.

Schegge di lingue tagliate

nel cielo sepolto da un coro

che si spegne

da un presente di strade notturne

senza storia.

A questa piaga di liquidi inermi

corre la sete dei giorni

in lampi di alfabeto rovesciato.

*

Di tanti giorni fuoco rimane.

Sabbia.

Approdo di corpi accampati

nelle penombre impossibili

di stelle che si succedono

che in noi si infrangono

– nella luce assente

che la memoria respira

dilatando spazi di frammenti

alimentando schegge di parole.

Con ritagli di volti nella voce

gridiamo contro cieli lapidati.

*

Non maturano stagioni

su strade rischiarate di ferite

in questa luce di occhi mutilati

perduti nel sonno di isole profonde.

Solo notti che annotano memorie

in registri di catrame

accenti immensi da reggere

per una lingua che ha smarrito

l'antica sapienza di creare

di dare un nome

coniugare un fiore.

La parola che si iridava

come una gemma a rimembranze d'acqua

guizza oggi arida di polvere

consumata dai sogni di una fiamma.

Trasparenze d'incendio

nella sua danza immobile di ramo

che si protende verso fiumi vuoti.

*

Radici in precario equilibrio

dolenti come un profumo

di cui ignoriamo la fonte.

 

Così nel tempo le nostre voci al passo

 

(ormai del tutto spoglie

trasparenti

mute)

si allontanano da noi e ci dimorano.

Fedeli come onde

contro la rena che eternamente migra.

Varchiamo soglie

come chi salpa verso la sua ombra.

Gli anni segnati per misurare il vento.

Inconsapevoli ponti sull'abisso.

Sui nostri volti

nemmeno le maschere riposano.

*

Strade seminate di pietre.

Mappe immutabili di voci naufragate.

Rende muto il labbro

la pupilla arata da visioni di abbandono.

Vi leggeremo il cammino di un dono.

La terra che si risveglia

esercitata alla libertà di un grido.

 

dal blog spaziozero

ABBY LINCOLN - Afro-Blue


Germano Mandrillo, "Cronospaziomachia"


GIORDANO GENGHINI




GIORDANO GENGHINI

DA "LA VETRATA NERA"

 

Certo lo so mentre si fa vicino

dice il vecchio bambino

mi divorano il corpo e poi la testa

il bambino lo dice lo ripete

si siede

dice ho sete

certo

poi la testa lui dice

nascono funghi in resti di pensieri

che divorano involucri

di lunghi

sguardi bianchi

di grigia spugna

e di grida

certo ripete poi ridendo forte

con gli occhi ciechi pieni di paura

è soltanto un involucro

spugna grigia e nient’altro

così ripete ho sete e grida e beve

e ha sete ancora - io vedo nella neve

candida pura prima della pioggia

che in grigio fango

affonda e affoga volti e cose belle

che le scioglie e in poltiglia fa le stelle

e un grido ripercorre i corridoi

il grido della notte che sta male

ma non muore - legata

al letto di ospedale

e al cervello spaccato ed al suo cuore.

* *

 

ORA LE TEMPIE

(VARIAZIONE DA "RITORNI")

Ora le tempie sfiorano del tempo

stormi di luci

e il mondo tace, ed ora il volto intende

un ventar d’ali, ed al bianco chiarore

densi rami offre al volo

l’albero della pace: e di polito

argento ricamata alba riluce

ed ornano la notte

nubi di seta e d’oro. L’universo

s’apre fiorito in musica e infinite

forgia forme

di resina forbita, ed aria, e labili

orditi di gemmate filigrane

e di azzurri velami, e oltre la soglia

invisibile si apre e corpi schiude

fra lievi tracce. Dorme

forse, stesa sul dorso fra le viole

l’ombra abbracciata al sole

e dita brune e foglie e aiuole e orme

e germogli di canti

si aprono in noi, donandoci monili

di lune e voli e scale e foglie e giri

- labbra e sorrisi, e incanti di respiri.

* *

 

DA "LA VETRATA NERA"

(Sez. 17.)

 

Forse è domenica - forse è ancora maggio

verso il sorteggio

è pronta l’urna letto fra le sbarre

verso le cifre bizzarre

oltre i sentieri antichi e l’erba nuova

oltre lontane grida di corvi

oltre steli che tremano nel vento

l’urlo nel corridoio è forte ora

e nel cortile dell’ospedale

niente più pezzi di rami

amianto sbriciolato come squame

di pesce grigio

più nessuno lavora non c’è gente

la vetrata nera

ricopre la città il cielo le forme

quella vetrata nera enorme taglio

nel ponte nel cervello l’osso il cranio

che divide la mente

di un albero tagliato resta il segno

vuoto e un ascia lasciata dentro il legno

morto e la traccia delle orme ed il sonno

e il niente - tutto è spento

e un ragno pende dal filo nel vento.

* *

 

LA NAVE

Tracce di mani, vortici di volti

sulla nave che salpa. Nella sera

fluttua nelle acque fra velami folti

e funi: e la sua antica prora nera

si getta nella rete di onde, e i molti

profili avvolge la nebbia leggera

spinta dal vento, e strisciano dissolti

nastri di nubi sulla tolda intera

fra folate possenti. Ma il gigante

al timone è nell’antro d’aria, e tace:

curvo, e immobile, e stanco, e vecchio, e solo.

Le luci delle case sono spente

e la città nel cielo avvolta giace.

Il capitano guarda verso il molo.

* *

 

RISVEGLIO

Nei suoi sogni

ha camminato parlando

con edere e pietre e venti.

Nei suoi sogni

ha cambiato il mondo

con l’ultima giusta guerra

finché la terra

non è diventata il cielo.

Ora è sveglio e la sua città

dorme dopo quel sanguinoso

giorno violento e strano

- è sveglio, e la sua mano

trascrive i suoi sogni, piano:

quei sogni che ricorda ancora

ma lontano,ormai troppo lontano.

* *

 

NUOVI RITORNI

[Settembre 2012]

1

Forse ricordi. Tracce delle forme,

rintocchi neri di cose svanite

tra cieli e orme: e rivedo rincorse

e forse abbracci giovani fra voci

e luci e volti oltre i neri confini

del tempo, e bianchi tramonti fra nevi

dissolte, e tocchi lievi e volti e gente.

Oppure, tutto è solo umano niente.

*

2

Ricordo sguardi e mani e ancora appare

il paese - e la tua voce di mare

e il sorriso e le onde e il sole e il viso

da amare - e le tue dita mi attraversano

e il soffio folto dei respiri ascolto

e pelle d’aria e sussurri, e si perde

la parvenza dei palpiti - e ogni muro

scompare, ed il tuo corpo è un fiore puro

dissolto, e rispecchiato in acqua il volto

sento accanto, nel cielo capovolto.

Walk on the Wild Side


Riscriviti nei giardini delle cose - di Nunzio Buono


Un parlare di voci


POESIE DI RAFFAELE PIAZZA


POESIE DI RAFFAELE PIAZZA

 

Dedica

Ad Alessia

 

Ascoltami, Alessia, nell’aria

inazzurrata dal volo di cieli

a sovrapporsi, carta velina

o pagine di un libro di poesia

avviene ancora vita, se era

esistere nuotando, saetta o freccia,

tu adolescente nei jeans stretti

sdruciti al punto giusto,

e la maglia rosa fucsia che

ancora ti accompagna

nel suo afrore. per mattini di gioia

al bar con Giovanni

dopo liquidità di bacio.

 

 

Stupore a poco a poco presentito,

nel vibrare di un tempo altro,

vacanza a Ischia nel 2010 se

tra pagine archiviate di diari,

con pastello rosso carico o incerta

grafia, uscisti dove ci sono le

stelle a respirare l’aria carica

di fiori:

da nominare, non ne conosci la

classificazione: allo specchio ti guardi

sei bella e tutto il mondo fuori,

grano dei capelli, azzurro

limpido occhi che a poco a poco

nel disanimarsi delle forze

nella sera ritrovano intensità,

come se dopo l’esame di italiano-due

superato fosse accaduta una storia

da raccontare bella: trenta e lode

e viaggio ad Assisi con l’amato.

Alessia, colei che protegge,

ascoltami nel dedicarti il mio

tempo migliore, a dire di te

poi in presagi di gioia ti penso

nella festa a casa dell’amica

farsi parola.

Raffaele Piazza

*

 

Alessia e il 2012

Ha preso nella mano sinistra il cielo

di Natale, Alessia rosso vestita per giocare

alla vita (attimi di limbo a scendere nel

freddo azzurro dell’anima di vetro).

Sono venuti tutti gli amici e a guidarli

in esatta teoria Giovanni. Segna sul diario

i desideri, ragazza Alessia (matrimonio,

una casa per due, un bambino, un lavoro).

Sono accadute molte cose nel 2011

(la licenza liceale allo scientifico,

la vacanza all’Albergo degli Angeli,

i vestiti acquistati, i regali fatti e ricevuti).

Ancora un attimo di redenzione ad ogni passo

nel piacere nel letto con Giovanni

fino al liquido orgasmo ad azzerarla.

A poco a poco dal diafano visore di finestra

un nuovo albeggiare e ci sarà raccolto,

il centuplo oltre la marina dei desideri infiniti

e poi ad eclissarsi Alessia nel sonno e nel

sogno (ha sognato Dio a sorriderle). Tra

dimenticati libri letti si squaderna aurorale

vita sul Mare Mediterraneo e ha acceso

una candela sul suo bordo dedicata alla Madonna

a perdonarle una vita.

A poco a poco ad iridarsi gli occhi di Alessia

in una conca d’arancia di tramonto, brilla l’azzurro

delle sclere e così esiste ragazza Alessia,

negli attimi disseminati su fertile terreno per

evocarne azioni ad ogni passo di ragazza,

sedici anni contati come semi. Sono venute

per redenzioni molte cose dal cielo, acque buone

a bagnare le piantine di fragola sul balcone coltivate

con pazienza degli occhi e della mente.

Quello che vuole è Giovanni e basta amato

croccante e fedele per inventare nel 2012,

altre posizioni per il sesso e altre strategie d’Amore.

Raffaele Piazza

*

Alessia verso l’Epifania

Il sei gennaio di Alessia

trepida nel freddo dell’aria,

e sta infinitamente nella camera

ad angolo con il tempo,

Alessia nel tendere alla calza

dei doni delle amiche e di Giovanni

e ad ogni passo guarigioni

oltre le lastre del mare polito

Mediterraneo aurorale

per i giochi d’amore e fortuna

con Giovanni, Epifania ad

accadere di sempre, chiaro mattino

del tempo della vita a tendere

al sentiero di Bellezza.

E’ il 1984, scivola l’auto

nel Parco Virgiliano e ci sarà

raccolto.

Raffaele Piazza

*

 

Alessia e San Valentino 2011

Dono nel pacchetto rosa con nastro

azzurro nel delinearsi di serica sera

nel tempo di San Valentino. Il mattinale

anelito dell’aria si è mutato in rarefatta

fredda aria serale. Vengono gruppi di

ragazze e ragazzi ad amarsi in un filo

di brina di febbraio: forse vorrebbe

neve Alessia nell’incamminarsi

nel folto della storia e sta infinitamente

il dono della felicità presa per mano,

la conchiglia che Giovanni le ha

donato, spendendo tutti i suoi

risparmi. Mediterraneo sembiante,

con di luna piena dischetto a specchiarsi

nelle cose nuove e ci sarà raccolto.

E’ il 2011, fanno l’amore nella 127 bianca,

sente Alessia un niveo gabbiano dire:

attenzione!!!!

Raffaele Piazza

*

 

Alessia e il gattino

Sera di aria tersa pari a fuoco

rosso sui fienili di una campagna

fresca di novembre di Alessia

a riscaldare il freddo delle

mani. Sul sentiero lastricato

gelido sulla pelle entra in scena

la vita nel roseto ad emergerne

plastiche con movenze il gattino

Ned, al colmo della gioia nelle

fusa per Alessia in grigio pelo

veloce nella sera serrata in attimi

di prima cometa per la vita.

Fiume azzurro a fluire freddo

nella trasparenza dell’aria a tendere

il tempo in trame fugaci

di tramonti nel fossile tempo

di una storia bella, pari a conchiglia.

Raffaele Piazza

*

 

Alessia verso l’Epifania

Il sei gennaio di Alessia

trepida nel freddo dell’aria,

e sta infinitamente nella camera

ad angolo con il tempo,

Alessia nel tendere alla calza

dei doni delle amiche e di Giovanni

e ad ogni passo guarigioni

oltre le lastre del mare polito

Mediterraneo aurorale

per i giochi d’amore e fortuna

con Giovanni, Epifania ad

accadere di sempre, chiaro mattino

del tempo della vita a tendere

al sentiero di Bellezza.

E’ il 1984, scivola l’auto

nel Parco Virgiliano e ci sarà

raccolto.

Raffaele Piazza

*

 

Alessia nei diari

Poi evanescente luminosità

sulle cose di sempre

ad angolo con il mondo,

materica luce ad accadere

sul libro di poesia di Sylvia Plath,

pari a segnacolo o amuleto

tra i greti e i segreti della vita

fino al loro lago dove intravista

trota. E poi nel navigarlo

con la barchetta un giorno

d’aprile, il più bello dei mesi,

per trascriverne nel diario

ogni attimo. Alessia la bella

in quell’emergere del volto

campito nel grano dei capelli,

come in quel quadro della

Maddalena visto nel viaggio

In Francia due mesi prima.

E’ il diario dei giorni piovuto

come grandine su tegole inazzurrate

smarrite le parole e l’essenza

ad accadere in tersa armonia

di epifanie di amniotica

pioggia sul corpo di Alessia

e sta infinitamente e accade la

vita a inalvearsi tra le cose di sempre

e sta e trascolora in vana materia

o verità di esatta trasparenza

e guarigione.

Siano nel 1984 attraversa l’auto

la strada inanellata dalle luci

si ferma: bacio, attimo, vita

telefonata l’ostacolo il bianco

del cavallo a saltarlo nel maneggio.

Raffaele Piazza

*

 

Giugno 2013

Pare essersi natura modificata

in questo giugno consecutivo.

Fresco a pervadere di Alessia

pelle e cellule, nella conca di

tramonto al Parco Virgiliano.

E’ venuta con sua figlia, Alessia,

azzurra carrozzina sul farsi

del sembiante delle cose di

sempre, Alessia 16 anni, contati

come semi, baby mather

per giocare a fare la mamma

in gioia fiorevole al colmo

della grazia con Giovanni,

marito ragazzo a tendersi

nell’arco dell’azzurra gioia.

Poi fiorevole incantesimo

sulle cose del mondo,

l’anno, il posto, l’ora, la città

trasparente del bene e del

male, nell’intravedersi in serica

terrena armonia una nuvola

grandiosa a fare ombra negli

occhi di Veronica, nello

scrutare attenta il senso

delle cose, la rosa necessaria,

in limine con il tempo.

Pare essersi modificata natura,

fiorevole giugno ai lieti colli

dell’anima nell’agglutinarsi

 

a verde scoperta di Alessia – madre

 

oltre la chiave della nebbia.

Fluviale essenza sul greto delle cose.

Scorre acqua azzurra di freddo

dove tutta accade una vita, la

fontana del Parco Virgiliano

tra strenne fantastiche nel volo

del candore dei gabbiani,

dove era già stata ragazza Alessia

 

 

con la figlia.

Spargono un velo di chiarore le rondini

di platino, sorriso di Alessia negli occhi

di Giovanni, in chiara scansione

della luce.

Raffaele Piazza

*

 

Del mio tempo il senso

A Felice Serino

Ascoltami, Felice, esiste

una forma che sgretola

le cose, entra ossigeno

nel sangue ed è la poesia.

Dove tu sei ancorato

ad un computer per emergere

dalla chiave della

nebbia, immagino la città

di te da me visitata nel 1984.

Dove accade la vita ed è la

Vergine a prendermi per mano

sotto il Manto, gioisco e

trasalgo per mio figlio

amato e non voluto diciottenne.

Calma estiva nelle mattine

di pace occidentale nella sua

per economia differenziandosi

essenza,

da quella dell’Africa Centrale,

la morte dei bambini neri.

Presagi di gioia, Felice, dopo

le visite rarefatte alle librerie

e alle farmacie e i libri letti,

lo squillo del telefono,

la voce degli amici e

bere il vino rosso per redenzioni.

Parlano i pini del Parco Virgiliano

e un messaggio giuntomi per e-mail

da sorgiva ragazza, dice che

le sono piaciute molto le mie poesie

sul sito di Felice Serino.

Pasolini e Dario Bellezza

vegliano, maledetti angeli.

Mio figlio guida l’auto con

sicurezza, padre gioioso, ho spiato

il suo diario dove ha scritto

sei una ragazza affascinante

verresti a cena con me?

Ieri succhiava dalla tetta.

Alessia, perdonami una vita!!!

Raffaele Piazza

***

 

Nota biografica di Raffaele Piazza

Raffaele Piazza- Napoli 22/12/1963- Ha pubblicato Luoghi visibili (1993)- La sete della favola (1996,) Sul bordo della rosa (1998). e Del sognato, 2009. Ha vinto numerosi premi in concorsi di poesia. E’ redattore di Vico Acitillo 124 Poetry Wave.. E’ collaboratore del Il Mattino di Napoli alla cultura. Ha pubblicato su numerose riviste letterarie, tra le quali Anterem, Gradiva, Fermenti, La Mosca di Milano, Tracce, Arenaria, Grafie;. è inserito in molte antologie. E’ curatore dell’antologia Parole in circuito (Fermenti 2010). Ha partecipato a letture di poesia a Napoli.